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DICIAMO LA NOSTRA SULLA VIOLENZA

Dopo gli ultimi accadimenti ecco il nostro punto di vista

Venerdì 2 Febbraio 2007, ore 20.30, negli scontri susseguenti il derby Catania-Palermo muore un ispettore della questura catanese.

Tanto tuonò che piovve.

Ogni settimana a margine degli incontri di calcio episodi come questo vengono sfiorati, in barba alle leggi e a quanti vorrebbero vedersi una partita di calcio in tutta tranquillità incitando la propria squadra.
Dopo il fattaccio di Catania, che segue di pochi giorni il decesso di un dirigente di un club calabrese di terza categoria, il calcio in Italia si è fermato. Ordine del Commissario straordinario della FIGC Pancalli. Su tutti i mezzi d'informazione si susseguono discussioni sul tema della violenza negli stadi italiani, persino su trasmissioni che fino alla settimana prima facevano audience con furiose litigate su temi fondamentali della società italiana come il Grande Fratello. Tutti esperti, tutti legittimati a dire la propria opinione, anche se probabilmente molti di essi in uno stadio non sono mai entrati.
Dopo tutto ciò anche noi che allo stadio ci andiamo (pacificamente) da 20 anni vorremmo dire la nostra.
Verrà fuori un gran minestrone, ma stare zitti ancora non si può.

SOCIETA' ALLA DERIVA

Quando si affronta un problema, qualunque esso sia, la prima cosa da fare è studiarne le radici. Quindi, perché tutta questa violenza attorno al calcio?

Possiamo parlare per ore e ore, ma non si può certo negare il momento attuale della società italiana. Bambini uccisi per un rapimento, famiglie massacrate "perché facevano rumore", e via discorrendo. Come si può pretendere che il calcio, che della società è il primo specchio, ne resti fuori?

Partiamo quindi dal presupposto che la violenza è ormai insita nella società italiana e dimentichiamocene, andando a vedere più da vicino quel che succede nel mondo del calcio.

Molti cosiddetti opinionisti in questi giorni si stanno riempiendo la bocca con il famoso modello inglese, facendo oltretutto una grande confusione su queste contromisure adottate dal Regno Unito una decina di anni fa per controbattere una piaga sociale come quella degli hooligans.
Io penso che ogni problema ha la sua soluzione, e "panacee di tutti i mali" non ne esistano.

VIOLENZA E VIOLENZA

Facciamoci una domanda: la violenza negli stadi è tutta uguale? No.
Facciamo un salto spazio-temporale e diamo uno sguardo a quel che succedeva in Inghilterra dalla fine degli anni Sessanta fino ad una dozzina di anni fa. Scontri fra tifoserie all'ordine del giorno, partite interrotte, un vero e proprio regime di terrore instaurato dagli hooligans, che non si esimevano certo dall'esibirsi anche al seguito della Nazionale.
Molti si sono chiesti perché lo facevano?

Una risposta ci viene dal libro sulla storia della I.C.F., la famigerata banda di hooligans al seguito della squadra londinese del West Ham, considerata una delle più cattive insieme a quelle di Chelsea, Manchester United e Millwall. L'autore Cass Pendant in un paragrafo dice .
Leggendo queste parole capiamo che la violenza d'Oltremanica era un fatto fine a se stesso. Questa gente si lanciava in furibonde risse banda contro banda per dimostrare quale fosse il gruppo più "duro". Una volta che i "bobbies" si frapponevano fra le due fazioni, la rissa finiva (per riprendere magari alla fine della partita o in stazione…).

In Italia la violenza ha tutt'altra origine.
Il termine campanilismo ha origine proprio nel nostro Paese e sta a significare quel sentimento verso il quale la propria città primeggi su quelle circostanti. In Italia ci odiamo fra noi, odiamo gli abitanti della città al di là del fiume.
Perché? Probabilmente fa parte di un retaggio culturale dovuto alla tribolata storia della nostra Penisola negli ultimi 1000 anni. L'attuale nostra patria è tale da appena 160 anni, e per le centinaia di anni precedenti è stata divisa in decina e decine di staterelli, principati e quant'altro. L'Inghilterra di cui sopra può fregiarsi il titolo di Nazione da oltre 1000 anni, e le scazzottate britanniche non avevano mai una ragione geografica. Ci poteva essere il disprezzo o la presa in giro dell'abitante del Nord definito rozzo, o di quelli delle zone portuali, ma non era certo quello il motivo scatenante.

Una seconda differenza che salta all'occhio è che nelle curve della Gran Bretagna non si vedevano simboli politici, fossero svastiche o falci e martelli. Anche lassù hanno avuto la fase skinhead o quella delle rivoluzioni sociali ma mai nessuna rissa in gradinata ha avuto motivazioni politiche.

E qui da noi? Sappiamo tutti come gira. Tifoserie di destra e tifoserie di sinistra, lo scontro politico portato all'esasperazione e riflesso in curva. Croci celtiche, Che Guevara, svastiche e chi più ne ha più ne metta, senza contare i beceri striscioni contro gli ebrei esposti spesso e volentieri.

Ecco quindi una seconda differenza, che ci porta a collegarci alla terza: l'odio verso le forze di polizia. Spesso ormai i tentativi di venire a contatto con la fazione opposta sono solo pretesti per far accorrere le forze dell'ordine, così da avere un bersaglio. Non sono rari i casi di tifoserie che si coalizzano contro gli uomini in blu, considerati nemico comune. Perché?

MENTALITA' ANNACQUATA

Gli anni Settanta e Ottanta in Italia, oltre alle Brigate Rosse, sono stati gli anni degli scontri più duri fra ultras. Quegli ultras avevano una specie di codice d'onore: si scontravano solo fra loro, a mani nude, per la supremazia sulle bande rivali. Chi usava un'arma era un infame.
Le scorte di polizia erano rare, chi andava in una trasferte a rischio sapeva quello che lo aspettava, consapevolmente.

Oggi questa mentalità pare scomparsa, i "senatori" mandano ragazzini di 15/16 anni in prima linea, i coltelli sono all'ordine del giorno così come bombe carta e molte altre armi proprie e improprie. Oltretutto si ha l'impressione che molti si facciano forza delle scorte per fare la voce grossa sapendo che tanto nessuno li toccherà.

 

Continua a breve

 

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